(In the picture, “Portrait of Felix Weil”, George Crosz, taken in Los Angeles, LACMA Museum)

Mario Sperabene

Ci sono molti modi per dar voce a un noi che quotidianamente può rimanere nascosto. Uno di questi è la scrittura.

Quello che mettiamo in risalto oggi sono le parole di Mario Sperabene, scrittore dai natali a Roma, che ha tradotto in un libro, finalista al premio internazionale Salvatore Quasimodo, gli autentici dettagli di sé.

Mario, le sue sfide, i suoi dolori, sono donati al lettore in splendide pagine, dove chi legge non può fare altro che entrare in una musica che inizia a risuonare dentro.

Questa è, su gentile concessione, l’inizio del primo capitolo del libro.

RAMI SPORGENTI SULLA SAGOMA LIMITE
(Mario Sperabene)

“Quando/
come d’incanto/
appaiono le parole/
hanno sapore antico / come se troppo a lungo sepolte/
 in un angolo oscuro/ affiorassero ora /
impazienti di vita”

 

IN VIAGGIO 1

Sono stanco, troppo stanco per non cedere al dondolio del treno. Ogni tanto uno scossone più forte mi fa riaprire gli occhi. Scorrono immagini velate di sonno, paesaggi pieni di verde. Colline, pianure, boschi.
Verde dappertutto.
Oddìo, il deserto è diventato verde, penso mentre mi riaddormento. La testa si china ora da una parte ora dall’altra, seguendo i movimenti del vagone. Nei sogni ancora il deserto, ma adesso è giallo e scintillante come sempre, come l’ho visto per quasi quaranta anni.
Lo stridio dei freni mi sveglia improvvisamente.
Apro gli occhi ed incontro lo sguardo del bambino seduto di fronte, che mi sta fissando. Ai suoi occhi devo essere buffo:
pelle scura, barba ormai bianca, viso pieno di rughe. E poi le mani: la sinistra piena di anelli, la destra con il pollice mozzo, per via di un incidente di lavoro.
Richiudo gli occhi e quando li riapro è ancora lì che mi scruta, il curiosone.
Due, tre smorfie del mio viso grinzoso ed eccolo che ride.
Le smorfie e la risata mi portano nel passato. Il ricordo arriva doloroso e veloce come una saetta.
Riaffiorano gesti di tanto tempo fa. E suoni e odori. Casa! L’alito del mio bambino, che mi bacia appena sveglio. La sua voce, così vibrante d’energia.
“Ehi, signore! Ehi! Hai sonno? Dormi sempre!”
Perso nei meandri della memoria, fatico a rispondere.
“Marco non disturbare! Lo scusi, sa, ma è tanto eccitato. È la sua prima volta in treno e non sta nella pelle”.
“Non fa nulla”, rispondo confuso, ”non dormivo”.
“Parli strano” interrompe Marco “sei straniero?”
“Beh, quasi”. In effetti sono anni che non parlo italiano. Dopo tanto tempo anche la propria lingua diventa un po’ straniera. Oggi penso in arabo, prego in arabo. Il mio piccolo interlocutore se ne è accorto subito.
“Anch’io sono quasi…” risponde ‘sto ometto che ormai ha rotto il ghiaccio.
 Faccio finta di non raccogliere e resto con un espressione vagamente interrogativa, al che lui prosegue imperterrito: ”…sono quasi grande!”
“Quanti anni hai?” “Undici”, risponde serio.
“Mmm non sono pochi, davvero. Neanche tanti però”. A rafforzare il concetto gli regalo un’altra smorfia. Temo, a questo punto, di averlo conquistato definitivamente.
Passiamo sotto una lunga galleria. Marco si distrae e ne approfitto per richiudere gli occhi.
Non sono molto disposto a continuare la conversazione.
Sono abituato al silenzio. Il silenzio della mia casa tunisina. Il silenzio del deserto, il paesaggio che ho nel cuore e che più mi somiglia. Inoltre, fatico a trovare le parole giuste: il mio italiano affiora da qualche angolo della memoria ed ha sapore di tempi andati.
Il dondolio del treno, così uguale e rassicurante, mi regala ancora attimi di sonno, interrotto questa volta dalla voce del controllore che chiede il biglietto.
“Perché sei abbronzato?” Marco ci mette un attimo a riagganciarmi.
“Sei stato in vacanza?”
“No, ho vissuto a lungo in Africa”.
“In Africa”? chiede con ancora più interesse.
“Si, in Tunisia per la precisione”.
“Tunisia! So dov’è! Ho visto le foto sulla rivista di viaggi della mamma. C’è il mare!”
“Il mare ed il deserto”, confermo.
“Il deserto mi fa paura!”
“Tutto quello che non conosci fa paura”.
“Anche per i grandi funziona così?”

 

 

Estratto dal libro di Mario Sperabene, “Rami sporgenti sulla sagoma limite”.


 

Mario Sperabene

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